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PIRELLI.COM / WORLD

The End of Time?
Un’intervista con
Zygmunt Bauman

C’era una volta il tempo. E oggi non c’è più. Almeno come eravamo abituati a pensarlo. 
Perché gli uomini del terzo millennio sono condannati al presente. E in balia dell’istante. Frammenti mobili della società liquida nell’epoca del tempo liquido. Ossia in perenne, inafferrabile, evoluzione.
Così lo descrive, con la voce pacata e il pensiero che si srotola ordinato soppesando ogni concetto,  Zygmun Bauman: filosofo, sociologo, celebre osservatore della post-modernità e delle sue fuggevoli mutazioni. 
Un uomo imponente a dispetto dell’apparenza fragile: classe 1925, Bauman ha attraversato il Novecento e le sue giravolte, gli orrori della storia e le accelerazioni dello sviluppo e della tecnica.  Di origini ebraiche, nel 1968 fu costretto a scappare dalla natia Polonia segnata dall’antisemitismo. E da mezzo secolo, dalla sua cattedra all’università di Leeds, in Inghilterra, con pazienza e dedizione di altri tempi fornisce a generazioni di studenti le categorie necessarie per comprendere il reale. 
Con una premessa obbligata. «Il mondo cambia troppo rapidamente perché si possa dare un senso universale alle cose.  Oggi si tratta di una lotta individuale: ognuno combatte da solo per dare un senso al tempo», spiega gentile.

Come è cambiato, nel tempo, il concetto di tempo?
Ci sono due aspetti da considerare che influiscono considerevolmente sul nostro modo di percepire e di utilizzare il tempo. Il primo è la mancanza delle prospettive di lungo periodo. Gli uomini oggi non sono più abituati a programmare le loro azioni nel tempo perché sono sempre più dolorosamente consapevoli della rapidità dei cambiamenti. La velocità con cui si susseguono gli avvenimenti è tale che qualsiasi evento è per lo più imprevisto. E forse anche imprevedibile.  

Siamo in balia del presente?
Non è più possibile progettare e pensare cose che richiedano anni per essere realizzate, perché nell’arco di tempo tra l’idea e la sua concretizzazione tutto potrebbe essere cambiato. L’idea che gli uomini hanno oggi del tempo non è diversa da quella di un caffè istantaneo: si mette l’acqua, si versa la bustina e si beve al volo.

Anche il tempo  è usa e getta?
C’è una parola per definire questa concezione: nowist time. Il tempo di questo momento.

Cosa rende il nowist time diverso dal passato?
La rapidità, per esempio quella con cui perdiamo l’ interesse in qualcosa: il nostro impegno e la nostra attenzione non possono restare su uno stesso soggetto troppo a lungo.

E poi?
Il fatto che non possiamo usare le armi del passato per affrontare il tempo.

Per esempio quali?
La pazienza, quella che una volta si insegnava ai bambini: pianifica le cose con attenzione, lavoraci passo dopo passo, fai prima una cosa e poi l’altra.

Se abbiamo perso la linearità della progettazione, cosa ci resta?
Il puntinismo, prendendo in prestito la parola dalla pittura. Come in un quadro, la vita è fatta di momenti, di singoli punti di colore. Guardandoli uno a uno  sono soltanto punti molto simili l’uno all’altro, ma il pittore è in grado di costruire una figura accostandoli con attenzione.

Diceva che c’erano due aspetti da considerare. 
Sì, l’altro è morfologia del tempo: il tempo una volta era strutturato. La gente lottava per renderlo stabile.  Per esempio, ai miei giorni il tempo era diviso tra la giornata lavorativa e quella privata, tra il dovere e il piacere, per così dire.

Non è più così?
Oggi le divisioni stanno sfumando, non sono più chiare. Non solo le delimitazioni non sono negoziabili, ma si basano su eventi che non possono essere predetti.  Sapete perché?

Perché?
Perché al giorno d’oggi nessuno è più assente, siamo tutti costantemente presenti. Chiunque ha in tasca un cellulare o uno iPhone che in qualsiasi momento può inviare un segnale. E quel segnale testimonia che qualcuno vuole che tu faccia qualcosa di diverso da quello che stai facendo.

Gli effetti collaterali della posta elettronica, che ci tiene incollata al lavoro. 
Non solo: l’idea funziona in tutti i sensi. Quante volte si vedono gruppi di ragazzi per la strada ognuno con il proprio telefono? Quando  si annoiano, quando la conversazione non è più interessante, basta tirarlo fuori per immergersi in altro.

Così vicini, così lontani? 
Anche il tempo è liquido, come la società.  Si può mantenere la prossimità fisica ma non quella spirituale.

Essendo poco e sfuggente, come dovremmo usare il tempo?
Questa è una società molto individualista e ognuno di noi combatte la propria lotta per dare un senso al tempo. Benjamin Franklin diceva che il tempo è denaro, per esempio, ma io non credo che sia vero.

Perché no?
Basta un esempio semplice: risparmi tutta la vita per la vecchiaia, ma il tempo deprezza il denaro,  fa sì che valga di meno.  Quindi è una contraddizione in termini. Il tempo in teoria ripaga in altra maniera…

Quale?
Almeno a livello teorico, quando lo si usa per fare le cose che oggi sembrano impossibili: per esempio i progetti di lungo periodo che impongono anche di  dare un ordine ai propri interessi, magari sacrificando piaceri momentanei in vista di cose durature. In teoria, così facendo ci si può guardare indietro ed essere appagati dal nostro tempo.

Insiste sul fatto che sia solo teoria?
Sì, perché la pratica fa sì che spesso le condizioni non siano stabili, e quindi la programmazione non ripaghi affatto. Gli studenti ne sono l’esempio migliore. Scelgono che destinazione dare ai loro studi in base alle skill che il mercato del lavoro richiede: teoricamente, la loro scelta dovrebbe ripagare. 

Invece?
Invece lo scenario è così mutevole e instabile che al termine di quel percorso di studi quelle skill non servono più a niente: quelle che richiede il mercato sono già altre. 

Non c’è scampo insomma. 
Bastano i numeri a chiarire: il 50% dei ragazzi con una laurea in Europa non ha un lavoro, o non fa quello per cui ha studiato. 

Ci dica un aspetto positivo del cambiamento in atto. 
La tecnologia, la possibilità di affacciarsi sempre sulla piazza pubblica utilizzando in qualsiasi momento uno smartphone, è una rivoluzione. Ha spazzato via i soggetti istituzionali, i gatekeeper che fino a 30 anni fa bloccavano l’accesso alla sfera pubblica. 

Il mondo contemporaneo è più democratico?
Non siamo in grado di dirlo: le conseguenze della rivoluzione tecnologica saranno enormi, ma impossibili oggi da valutare. Se è vero che tutti possono accedere al pubblico, è anche vero che si diventa schiavi dei like su Facebook e del numero di lettori di un blog. Questo fenomeno ha un nome?

Come?
L’uomo povero (Poor man) che si sostituisce alla celebrità: la misura del successo è essere visti il più possibile. Questa è la cifra del nostro tempo.

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